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LA N-ACETIL-D-GLUCOSAMINA NELLA GESTIONE DEL PAZIENTE DIABETICO CON OSTEOARTROSI

L’Osteoartrosi (OA) è una patologia cronica, a carattere degenerativo, e invalidante caratterizzata da flogosi, con dolore e rigidità articolare, come risultante di un progressivo deterioramento della cartilagine articolare, dell’osso subcondrale e dei tessuti molli adiacenti [1]. Sebbene la patogenesi dell’OA non sia stata ancora chiaramente definita, la componente degenerativa della cartilagine articolare rappresenta l’evento centrale nello sviluppo della patologia [2]. L’OA colpisce il 50% della popolazione oltre i 50 anni, e colpisce maggiormente le articolazioni portanti, vale a dire quelle su cui grava il peso corporeo: le anche, le ginocchia, lo stesso rachide. In condizioni fisiologiche, la cartilagine, costituita per lo più da Acqua, Collagene, Glicosaminoglicani/Proteoglicani (i principali elementi strutturali) e Condrociti (le cellule che producono la cartilagine) agisce da cuscinetto ammortizzatore tra le articolazioni. Il logoramento progressivo del tessuto cartilagineo che si verifica in corso di OA causa, dunque, lo sfregamento diretto dei capi articolari, responsabile a sua volta di infiammazione, dolore e limitazione funzionale. La rilevanza epidemiologica dell’osteoartrosi è ben nota: secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’osteoartrosi sintomatica interessa il 9,6% degli uomini e il 18% delle donne dopo i 60 anni. Sebbene la prevalenza delle diverse forme artrosiche sia maggiore nella popolazione anziana, la malattia ha un’alta prevalenza anche nella popolazione giovanile, con conseguenze importanti sia sul piano economico che sociale [3]. Negli ultimi anni, è emersa una sempre più convincente associazione tra Osteoartrosi e Diabete [4-6]. In una metanalisi di 49 studi che ha coinvolto più di 1 milione di partecipanti, Louati et al. hanno dimostrato che la prevalenza complessiva di OA nella popolazione con DMT2 era maggiore che nella popolazione non diabetica [10]. Un altro studio in metaanalisi condotto nel 2016 da Courties A. e Sellam J., il Diabete Mellito tipo 2 è stato descritto come fattore di rischio indipendente per OA, riconoscendo l’impatto negativo come risultante della induzione dello stress ossidativo e della produzione di citochine pro-infiammatorie, ma anche perché l’età avanzata induce modifiche nei tessuti molli legate alla cronica elevata concentrazione di glcuosio (31). L’associazione tra Osteoartrosi e DMT2 avvalora, pertanto, l’ipotesi che l’OA non sia una patologia meramente meccanica, quanto piuttosto una “malattia metabolica”. Tale associazione sembrerebbe infatti trovare la sua origine nella condizione di infiammazione cronica e nell’alterazione metabolica che caratterizza entrambe le patologie. Sembrerebbe infatti che la deregolazione del metabolismo glucidico, l’aumentato stress ossidativo, la low-grade inflammation e l’accumulo dei prodotti di glicazione avanzata (AGE) possano affliggere la salute della cartilagine articolare, favorendo tanto l’insorgenza, quanto la progressione di OA, indipendentemente dal sesso, dall’età e dall’indice di massa corporea [4], anch’essi fattori di rischio condivisi tra le due patologie [7-9]. Il diabete non aumenta solo il rischio di OA, ma è anche associato ad una progressione più marcata del danno articolare e dunque ad un ricorso più precoce ad interventi di artroplastica del ginocchio e dell’anca [11]. Tali evidenze sono compatibili con i risultati di una ricerca pubblicata nel febbraio 2020 su Arthritis Care & Research nella quale è emerso che i pazienti con osteoartrosi e DMT2 sperimentano un maggiore dolore al ginocchio e un peggioramento dello stato fisico e mentale rispetto ai pazienti non diabetici [12]. I risultati di queste ricerche gettano le basi per arrivare a comprendere come possano interagire tra loro queste due importanti patologie, così da impostare trattamenti adeguati, utili a migliorare la qualità di vita delle persone affette. La terapia dell’OA ha l’obiettivo di alleviare il dolore, ridurre la disabilità e rallentare la progressione della patologia. Il Paracetamolo rappresenta il farmaco di prima scelta per il controllo del dolore ed è ben tollerato anche dalla popolazione diabetica. FANS e COX-2 inibitori dovrebbero invece essere presi in considerazione solo per quei pazienti che non rispondono al trattamento con Paracetamolo (a causa degli effetti collaterali sul medio-lungo periodo) e nel paziente diabetico vanno somministrati con particolare cautela, a causa della loro tendenza a potenziare l’attività dei farmaci antidiabetici, aumentando il rischio di pericolose crisi ipoglicemiche [13,14].

La terapia infiltrativa intra-articolare con Acido ialuronico o Cortisonici è riservata a quei pazienti che non hanno risposto a un programma di terapia non farmacologica, che non rispondono al trattamento con Paracetamolo o nei quali Fans e i COX-2 inibitori siano controindicati o siano risultati inefficaci [15]. Nei pazienti diabetici, tuttavia, le infiltrazioni di Cortisonici sono sconsigliate a causa dei possibili effetti collaterali (aumento della glicemia). Altra opzione terapeutica è la Terapia condroprotettiva, il cui scopo è quello di rallentare la progressione della malattia e stimolare i processi riparativi cartilaginei mediante la somministrazione dei costituenti elementari della cartilagine articolare. A tal proposito, la Società Italiana di Reumatologia (SRI) concorda sull’effetto della Glucosamina e del Condroitin solfato nella riduzione del dolore e nel miglioramento della funzionalità articolare [16-21]. La Glucosamina è un amminosaccaride, costituito da un derivato aminoacidico e da un residuo zuccherino (2 amino-2 deossi D glucosio) e costituisce il substrato preferenziale, il precursore della sintesi dei Glicosaminoglicani (GAGs) e dei proteoglicani cartilaginei: facile immaginarne, pertanto, elevate concentrazioni a livello connettivale, cartilagineo e ligamentoso. Le proprietà della N Acetil D Glucosamina si compendiano, quindi, nel mantenimento di uno stato di idratazione dei tessuti condrali, nella naturale resistenza degli stessi alle forze di trazione, nella elasticità, e nella resistenza alle sollecitazioni, anche di natura traumatica. Tanto attraverso un’alterazione positiva del metabolismo dei condrociti, la migliorata espressione nella produzione di acido ialuronico, e nella soppressione del processo flogistico a livello articolare, inibendo la produzione di citochine e mediatori bioumorali di detto processo [22].
La sua efficacia nel ridurre il dolore e nel migliorare la funzione articolare è stata confrontata con quella dell’Ibuprofene e del Piroxicam, due antinfiammatori ampiamente utilizzati nel trattamento dell’OA. I risultati di questi studi hanno dimostrato che l’efficacia della Glucosamina nel lenire il dolore articolare è simile a quella dell’Ibuprofene [23-25] ed è addirittura superiore a quella del Piroxicam [26], a fronte, in entrambi i casi, di un miglior profilo di tollerabilità. In commercio la Glucosamina è disponibile in diverse formulazioni: Glucosamina solfato, Glucosamina cloridrato e N-Acetil-D-Glucosamina (NAG). Queste tre forme di Glucosamina hanno meccanismi molecolari distinti e pertanto, mediano attività biologiche differenti. Shikhmanyz et al. hanno analizzato gli effetti metabolici della Glucosamina (GlcN) e della N-acetilglucosamina (GlcNAc) in condrociti articolari umani [27]. I risultati hanno mostrato che la Glucosamina inibisce in maniera non competitiva il trasporto facilitato del Glucosio all’interno di condrociti articolari umani attraverso un meccanismo che coinvolge la deplezione delle riserve intracellulari di ATP. Tali evidenze trovano supporto in altre pubblicazioni in cui si è dimostrato come la GlcN inibisca il trasporto facilitato del Glucosio all’interno delle cellule insulino-sensibili, aumentando di fatto il rischio di sviluppare quadri di Insulino-resistenza [28,29]. Di contro, la GlcNAc si è dimostrata in grado di promuovere l’ingresso del Glucosio all’interno delle cellule, senza influenzare in alcun modo l’espressione in membrana dei trasportatori del glucosio (GLUTs). Il Glucosio non serve solo come fonte di energia per la cellula, ma rappresenta anche il principale precursore per la sintesi dei Glicosaminoglicani, gli elementi strutturali essenziali della matrice cartilaginea. Al fine di analizzare l’effetto di questi due aminozuccheri sul processo di sintesi dei GAGs, condrociti articolari umani sono stati incubati sia con la GlcN che con la GlcNAc. I risultati hanno dimostrato che la GlcN inibisce la sintesi endogena dei GAGs e dell’Acido ialuronico, mentre la GlcNAc aumenta i livelli d’espressione della Ialuronato sintasi 2, l’enzima chiave nella via biosintetica dell’Acido ialuronico [27]. Difatti, tra le diverse forme di Glucosamina, la N-Acetil-D-Glucosamina è l’unica ad aver ottenuto una specifica indicazione salutistica da parte del Ministero della salute, in virtù della sua documentata capacità di stimolare la sintesi dell’acido ialuronico [30]. Sulla base ai dati a oggi disponibili, è dunque possibile affermare che la N-Acetil-D-Glucosamina (NAG), somministrata per via orale, sembra produrre una buona attenuazione del dolore e della rigidità articolare con un’efficacia simile o addirittura superiore a quella dei classici antinfiammatori, ma con miglior profilo di tollerabilità. Tra le diverse formulazioni disponibili, la N-Acetil-D-Glucosamina è da preferirsi nel paziente diabetico in virtù della sua peculiare capacità di non aumentare il rischio di insulino-resistenza.

Dott. Gaetano Cervera  – Specialista in Ortopedia e Traumatologia

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LA PROFILASSI NUTRACEUTICA PER LA GESTIONE DELLE INFEZIONI A CARICO DELLE VIE URINARIE E IL CONTENIMENTO DEI TASSI DI DROP-OUT IN PAZIENTI DIABETICI TRATTATI CON GLIFLOZINE

Le infezioni delle vie urinarie (IVU) rappresentano una risposta infiammatoria dell’apparato urogenitale all’invasione da parte di agenti patogeni, nella maggior parte dei casi batteri (Escherichia Coli Uropatogeno, Klebsiella pneumoniae, Staphylococcus saprophyticus, ecc…) o funghi (Candida Albicans)[1].

I sintomi più comuni sono:

  • impossibilità a urinare nonostante lo stimolo – urgenza urinaria e minzione frequente
  • dolore e bruciore nell’urinare
  • dolore in regione pelvica e lombare
  • presenza di sangue nelle urine

Le urine possono inoltre presentarsi torbide e maleodoranti. L’incidenza delle IVU varia in rapporto al sesso e all’età, con una frequenza nettamente maggiore nelle donne, specialmente dopo i 65 anni [2]. A prescindere dal sesso e dall’età, la presenza di determinate condizioni può determinare un incremento sostanziale sia della frequenza che della severità dell’infezione urinaria. Tra queste, il Diabete mellito rappresenta un fattore predisponente importante. Il Diabete Mellito Di Tipo 2 (DMT2) è infatti associato ad un aumento del rischio di infezioni a carico delle vie urinarie e di infezioni genitali non sessualmente trasmesse come Balaniti, Balanopostiti e Vulvovaginiti [3]. Varie alterazioni a carico del sistema immunitario, la compromissione della flora batterica locale e intestinale e lo svuotamento incompleto della vescica dovuto alla neuropatia autonomica sono tutti fattori che contribuiscono all’aumento del rischio di UTIs in questi pazienti. Spesso poi nel paziente diabetico l’infezione si complica a causa di un alterato controllo metabolico che può compromettere ulteriormente la capacità di difesa dell’organismo nei confronti dell’infezione [4]. L’alta incidenza di IVU nei soggetti diabetici è legata anche all’utilizzo di una classe di farmaci noti come Inibitori del trasportatore SGLT2 anche detti Gliflozine, che inibendo il riassorbimento del glucosio a livello tubulare, sono in grado di favorirne l’eliminazione attraverso le urine [3-6]. Si tratta di farmaci che ad oggi trovano ampio riscontro in diabetologia in quanto non solo garantiscono un controllo della glicemia insulino- indipendente, ma conferiscono al contempo anche importanti effetti cardio-protettivi [7]. Tuttavia, a causa della glicosuria generata dal massivo allontanamento del glucosio attraverso le urine, il trattamento con SGLT2 inibitori si associa spesso ad un aumentato rischio di infezioni a carico delle vie urinarie, che, generalmente, esordiscono già poco tempo dopo l’inizio del trattamento, costringendo il paziente ad abbandonare la terapia (Drop-out) [8]. Lo studio SIDECAR (SGLT2-Inhibitors in Diabetes: Evaluation of metabolic Control and Adverse events in the Real-world) ha recentemente valutato gli effetti delle Gliflozine in pazienti con DMT2, riportando l’incidenza delle IVU e di altri fattori determinanti la sospensione del trattamento con SGLT2. A 18 mesi di follow-up, dei 223 soggetti arruolati, circa il 15% ha sospeso l’assunzione di SGLT2 per insorgenza di IVU, nonostante un’adeguata attenzione comportamentale [9].
Nel paziente diabetico trattato con Gliflozine, risulta dunque fondamentale predisporre un trattamento tempestivo ed adeguato, per evitare l’alto tasso di infezioni a carico delle vie urinarie e i conseguenti abbandoni terapeutici. Trattandosi di infezioni per la maggior parte di natura batterica, la terapia d’elezione è rappresentata dagli Antibiotici. Tuttavia, l’elevato ricorso alla terapia antibiotica, si associa, sovente, allo sviluppo di antibiotico-resistenza [10]. L’alternativa, in questi casi, è impostare programmi di profilassi non antibiotica basati sull’impiego di principi attivi naturali in grado di agire a livello delle basse vie urinarie attraverso azioni di tipo antibatterico ed antinfiammatorio. Il D-mannosio e l’Hibiscus sabdariffa rappresentano principi attivi di lungo impiego nel trattamento delle infezioni a carico delle vie urinarie [11- 15]. La peculiarità di questa associazione è legata al sinergismo d’azione che si instaura tra i due attivi, tale da garantire un’azione antibatterica ad ampio spettro. Il D-mannosio, uno zucchero semplice che non viene metabolizzato dall’organismo e che per questo è indicato anche per l’uso nei diabetici, nel suo passaggio lungo il distretto urinario, è in grado di attaccarsi ai patogeni urinari che presentano sulla loro superficie Fimbrie mannosio sensibili, impedendo così la loro adesione alla parete vescicale e favorendone l’eliminazione attraverso il flusso urinario. L’ Hibiscus sabdariffa (o Karkadè) è una pianta nota da tempo per le sue proprietà diuretiche ed antisettiche. L’estratto secco è ricco di Proantocianidine (PACs) ed Acidi organici; le Proantocianidine dell’Hibiscus sono in grado di legarsi alle Fimbrie mannosio-resistenti, presenti sulla membrana dei principali patogeni urinari, agendo in sinergia con il D-Mannosio, e saturando così tutti i possibili siti di ancoraggio dei batteri alla parete vescicale, risultando efficace anche nei confronti del fungo Candida Albicans [16,17], l’agente responsabile della maggior parte delle infezioni genitali nella popolazione diabetica. In più, gli acidi organici dell’Hibiscus sono in grado di acidificare il Ph dell’ambiente vescicale, rendendolo così più inospitale per la proliferazione dei patogeni, già dalle prime somministrazioni [18]. Per il controllo della sintomatologia dolorosa, in luogo dei classici Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei (FANS), il cui impiego sul medio e lungo periodo non è consigliato nel paziente diabetico sia a causa degli effetti collaterali a livello gastrico sia per possibili interazioni negative con i farmaci ipoglicemizzanti, è consigliabile valutare il ricorso ad antinfiammatori di origine naturale, come la Boswellia serrata. Gli Acidi cheto-boswellici (AKBA) contenuti in questa pianta, inibendo selettivamente l’enzima 5- Lipossigenasi (e non le Ciclossigenasi come i FANS tradizionali), garantiscono un’efficace azione antinfiammatoria, senza determinare in nessun caso gastrolesività, consentendone l’impiego anche per periodi di tempo prolungati [19,20]. Infine, un buon programma di profilassi per le infezioni a carico delle vie urinarie non può prescindere dall’impiego di Probiotici. I batteri del microbiota locale e intestinale costituiscono infatti la prima linea di difesa contro l’attecchimento dei patogeni, attraverso la produzione di metaboliti ad azione antimicrobica, in grado di mantenere bassa la carica batterica patogena.

Squilibri qualitativi e/o quantitativi a carico della microflora (uso di antibiotici, irregolarità intestinale, ecc) aumentando dunque la suscettibilità individuale a contrarre un’infezione a carico delle vie urinarie [21]. Studi in vitro hanno dimostrato che, tra le specie probiotiche, il Lactobacillus plantarum si è rivelato particolarmente efficace nell’impedire l’adesione di E. coli alle cellule della vescica, tramite un meccanismo di competizione per i siti di ancoraggio alle cellule vescicali, e di prevenire la formazione di biofilm batterici, aggregazioni complesse di microrganismi, non facilmente eradicabili con le tradizionali terapie antibiotiche [22-25].
In conclusione, nei pazienti diabetici in trattamento con Gliflozine, l’integrazione nutraceutica, in fase acuta, consente di agire efficacemente sul controllo della sintomatologia, mentre se utilizzata a cicli di prevenzione, è utile per ridurre la suscettibilità individuale alle infezioni genito-urinarie, riducendo l’incidenza degli episodi infettivi e contenendo i tassi di abbandono del trattamento con SGLT2 inibitori.

Dott.ssa Terracciano Annamaria  – Specialista in Endocrinologia e Malattie del Ricambio

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CONDROPROTEZIONE E VISCOSUPPLEMENTAZIONE IN PAZIENTI CON GONARTROSI DI GRADO LIEVE-MODERATO, UNA NUOVA STRATEGIA DI TRATTAMENTO

L’artrosi del ginocchio (Gonartrosi) è una patologia cronica causata dal deterioramento della cartilagine articolare del ginocchio. L’insorgenza della patologia è il risultato dello squilibrio dei processi fisiologici di distruzione e di riparazione della cartilagine. L’eziologia è sconosciuta, ma sono stati accertati molti fattori di rischio, tra i quali spiccano il sovraccarico meccanico (obesità), il trauma, le forme da over-use dell’articolazione (attività sportive e professionali usuranti), e ovviamente la predisposizione genetica [1]. Il logoramento progressivo del tessuto cartilagineo porta allo sfregamento diretto dei capi articolari, responsabile a sua volta di infiammazione, dolore e limitazione dei movimenti [2]. Per la gestione terapeutica del paziente gonartrosico, le nuove linee guida dell’American College of Rheumatology (ACR) consigliano una combinazione di interventi farmacologici (Terapia sintomatica, Terapia intra-articolare e Terapia di fondo) e non farmacologici (perdita di peso, programmi di educazione del paziente, esercizio fisico di rinforzo e così via), mentre la chirurgia viene di solito riservata solo alle forme più gravi nelle quali il dolore e la difficoltà di movimento impediscono al paziente di condurre una vita normale [3]. Nei pazienti che non rispondono adeguatamente a un programma di terapia non farmacologica o nei quali i FANS siano controindicati, a causa degli effetti collaterali sul lungo periodo, o risultino inefficaci, le principali linee guida internazionali suggeriscono l’uso della terapia infiltrativa intra-articolare con Acido ialuronico (Viscosupplementazione) [3]. L’acido ialuronico è una sostanza prodotta naturalmente dal nostro corpo e presente in alte concentrazioni a livello della cartilagine articolare e del liquido sinoviale. Il suo compito è quello di proteggere l’articolazione, lubrificando e coadiuvando l’assorbimento degli shock meccanici a cui è sottoposto il ginocchio durante il movimento. In un paziente affetto da gonartrosi si osserva una riduzione qualitativa e quantitativa dell’acido ialuronico presente nel liquido sinoviale, con una conseguente riduzione delle proprietà visco-elastiche del liquido sinoviale stesso [4]. Il principio teorico che sta alla base dell’iniezione intrarticolare di acido ialuronico è quello di ripristinare la viscosità del liquido sinoviale alterato [5]. In aggiunta a ciò, è stato dimostrato che l’infiltrazione di acido ialuronico migliora il flusso del liquido sinoviale all’interno dell’articolazione, stimola la produzione e riduce i processi di degradazione dell’acido ialuronico endogeno [6]. L’efficacia del trattamento con acido ialuronico può essere valutata indirettamente misurando la diminuzione del dolore e della limitazione funzionale che affliggono un ginocchio artrosico. Infine, un ulteriore vantaggio legato alla terapia infiltrativa con acido ialuronico è la possibilità di ridurre o eliminare totalmente l’assunzione di farmaci da parte del paziente oltre che di ritardare o, ove possibile, sostituire, il ricorso all’intervento chirurgico. La viscosupplementazione non è tuttavia da intendersi come una cura dell’artrosi in senso stretto, in quanto molti sono i fattori che ne possono compromettere l’efficacia. Ad esempio, se l’infiltrazione viene eseguita su un’articolazione particolarmente infiammata, potrebbe non avere successo, a causa della presenza di alte concentrazioni di enzimi litici (Ialuronidasi) che degraderebbero l’acido ialuronico iniettato, vanificandone gli effetti [7]. Inoltre, l’acido ialuronico non ha un effetto immediato, ma occorre attendere circa 2-3 settimane dal termine del primo ciclo infiltrativo per iniziare ad apprezzare un beneficio tangibile.

Una strategia per incrementare le probabilità di successo della terapia infiltrativa è quella di abbinare alle infiltrazioni di acido ialuronico una terapia di fondo a base di SYSADOA (SYmptomatic Slow-Acting Drugs). La somministrazione orale di queste molecole in pazienti con osteoartrosi avrebbe lo scopo di “integrare” la perdita di cartilagine a livello delle articolazioni colpite, rallentare il processo degradativo cartilagineo per inibizione degli enzimi litici responsabili della distruzione della matrice cartilaginea (Metalloproteasi di matrice – MMPs) ed esercitare un discreto effetto antinfiammatorio mediante l’inibizione di importanti mediatori del processo flogistico. La Società Italiana di Reumatologia (SRI) concorda sull’effetto della N-Acetil-Glucosamina (NAG) e del Condroitin solfato (CS), entrambi costituenti fondamentali della cartilagine articolare, nella riduzione del dolore e nel miglioramento della funzionalità articolare nell’osteoartrosi del ginocchio [8-13]. In diversi studi clinici, la Glucosamina e il Condroitin solfato sono stati poi associati ad altri principi attivi naturali con risultati incoraggianti; si tratta del Metilsulfonilmetano (MSM) e della Boswellia serrata (BS) [14-16]. Il Metilsulfonilmetano rappresenta la forma naturale dello zolfo organico [17]. L’integrazione di Metilsulfonilmetano in pazienti con gonartrosi si ritiene possa contribuire a ridurre il dolore e l’infiammazione articolare, aumentando la mobilità dell’articolazione artrosica ed inibendo ulteriori danni cartilaginei [18,19]. L’azione protettiva dell’MSM sulla cartilagine articolare, si deve al ruolo svolto dallo zolfo nella sintesi del Collagene; la presenza dello zolfo serve infatti a garantire la formazione dei legami disolfuro tra le triple eliche del Tropocollagene, l’unità strutturale di base del Collagene [17]. L’MSM è inoltre in grado di migliorare la permeabilità cellulare, permettendo alle sostanze dannose prodotte dal processo infiammatorio a livello articolare di essere eliminate più facilmente, prevenendo un possibile aumento della pressione intracellulare, causa di dolore e infiammazione e di ridurre la trasmissione dell’impulso doloroso attraverso le fibre amieliniche a lenta conduzione (Fibre C), garantendo un discreto effetto analgesico. L’azione antinfiammatoria dell’MSM può essere potenziata dalla contemporanea assunzione di estratti naturali di Boswellia serrata [15]. Gli Acidi cheto-boswellici (AKBA) contenuti in questa pianta, inibendo selettivamente l’enzima 5-Lipossigenasi, e non le Ciclossigenasi come i FANS tradizionali, garantiscono un’efficace azione antinfiammatoria, senza determinare in nessun caso gastrolesività, consentendone l’impiego anche per periodi di tempo prolungati e in pazienti nei quali l’uso prolungato di FANS è controindicato (esp. pazienti diabetici) [20-23]. All’azione antinfiammatoria si accompagna inoltre un’efficace azione anti-tensiva che rende la Boswellia serrata particolarmente indicata nel contrastare gli stati di tensione localizzati a livello articolare [24]. L’associazione di condroprotezione e viscosupplementazione offre pertanto notevoli vantaggi nel management terapeutico del paziente gonartrosico:

  • Contribuire alla sintesi ulteriore di acido ialuronico endogeno;
  • Contribuire alla sintesi dei costituiteti fondamentali della cartilagine articolare (Glicosamminoglicani, Proteoglicani e Collagene)
  • Bloccare gli enzimi litici responsabili della degradazione dell’acido ialuronico (sia quelloendogeno, sia quello iniettato);
  • Offrire un’efficace azione analgesica post-infiltrazione.

Concludendo, la supplementazione nutrizionale rappresenta un’importante area di investigazione nel trattamento dell’osteoartrosi. Tuttavia, nonostante le numerose e promettenti evidenze scientifiche, altri studi clinici randomizzati e controllati sono necessari per indagare i potenziali benefici del trattamento combinato di questi principi attivi nella patologia osteoartrosica.

Dott. Raffaele Mallardo – Specialista in Ortopedia e Traumatologia

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DAL MONDO DELLA NUTRACEUTICA UN AIUTO PER LA GESTIONE TERAPEUTICA DELLE SINDROMI CANALICOLARI PERIFERICHE

Le Sindromi canalicolari periferiche o Neuropatie da intrappolamento sono patologie causate dalla compressione o dall’infiammazione dei nervi periferici nei punti in cui essi passano attraverso “canali anatomici” che si formano all’interno delle articolazioni o fra le ossa e i legamenti. L’etiopatogenesi è dunque implicitamente sottointesa nella definizione: si tratta di mononeuropatie periferiche indotte o causate da un restringimento intrinseco dello spazio anatomico occupato dal tronco nervoso o da una compressione cronica del nervo contro una struttura fibrosa o scheletrica [1]. Le neuropatie da intrappolamento si verificano dunque in punti anatomici dove lo spazio deputato al passaggio del nervo è già fisiologicamente limitato. Fattori predisponenti all’intrappolamento possono essere l’assunzione di posture o lo svolgimento ripetuto di attività che stressano determinate articolazioni, ad esempio:

  • La posizione flessa del polso ed i movimenti ripetuti possono causare la Sindrome del tunnel carpale, sindrome molto frequente in coloro che utilizzano strumenti vibranti come il martello pneumatico od il trapano ma anche computer
  • La posizione flessa del gomito o la pressione contro una superficie dura possono comprimere o stirare il nervo ulnare (Sindrome del tunnel cubitale e Sindrome del canale di Guyon), posizione spesso assunta durante la guida di un’automobile.

La compressione cronica del nervo determina una lesione caratterizzata da una degenerazione del nervo stesso (demielinizzazione e degenerazione assonale) [2]. Clinicamente si assiste alla comparsa di sintomi quali dolore e parestesie (formicolii) nella zona innervata dal nervo compresso. Inoltre, un’attenta valutazione del medico mostra deficit motori e sensitivi nell’area di compressione oltre che una debolezza ed un’atrofia (perdita di massa) dei muscoli innervati dal nervo [3]. Per quanto riguarda le strategie di trattamento, in linea generale, la terapia antinfiammatoria e le infiltrazioni di corticosteroidi possono dare sollievo dalla sintomatologia. Tuttavia, il più delle volte, il solo trattamento conservativo si rivela inefficace a causa di una non corretta stadiazione della patologia, o perché la terapia non è stata eseguita secondo criteri adeguati o per la scarsa compliance del paziente [4]. In questi casi, se la sintomatologia non migliora, risulta indispensabile il ricorso al trattamento chirurgico. Quest’ultimo determina, generalmente, la scomparsa delle parestesie, anche se può residuare, per alcune settimane o, anche per mesi, una dolenzia localizzata [5]. Nei casi più gravi, quando cioè la compressione del nervo perdura da molto tempo, il trattamento chirurgico potrebbe non essere risolutivo [5]. Pertanto, se è vero che il trattamento conservativo (FANS, Corticosteroidi, Analgesici topici) non risolve la sintomatologia dolorosa e si associa ad un’alta incidenza di eventi avversi e che all’intervento chirurgico, segue un delicato decorso post-operatorio, non sempre esente da complicazioni, allora risulta essenziale per il clinico avere a disposizione nuove strategie di approccio alla patologia basate ad esempio sull’impiego di sostanze ad azione antiossidante e neurotrofica. Tra queste, un interesse particolare ha suscitato l’Acido Alfa Lipoico (ALA), per la solidità delle evidenze scientifiche a supporto, per l’ottimo profilo di tollerabilità e per l’azione diretta sui meccanismi che sostengono la neuroinfiammazione e il danno a carico della fibra nervosa [6]. In un recente studio è stato dimostrato che la supplementazione di 600 mg/die di Acido Alfa Lipoico, un mese prima della decompressione chirurgica e per i due mesi successivi all’intervento, è in grado di ridurre la gravità dei sintomi nella fase pre-intervento e di migliorare i parametri sensoriali e motori nella fase successiva all’intervento chirurgico [7]. Molto valida si è rivelata poi l’associazione dell’Acido Alfa Lipoico con la Superossido dismutasi (SOD), potente enzima endogeno ad azione antiossidante [8]. La presenza contemporanea dell’ALA e della SOD permette difatti una duplice azione nei meccanismi antiossidanti dell’organismo: la SOD previene la neoformazione di radicali liberi, mentre l’ALA favorisce la rimozione dei radicali liberi già formatisi [9,10]. Se la somministrazione di antiossidanti consente di agire a monte del processo patogenetico contrastando l’eccessivo release locale di radicali liberi che promuovono ed accelerano il danno a carico dei nervi [3-5], il ricorso all’utilizzo di principi attivi in grado di ripristinare la funzionalità nervosa potrebbe essere utile per ristabilire il trofismo della fibra nervosa danneggiata. Tra questi la N-acetil-L-carinitina (NALC) sembra essere particolarmente promettente per l’unicità del suo duplice meccanismo d’azione (neurotrofico e antidolorifico). Se da un lato, infatti, la NALC è in grado di aumentare il numero di assoni mielinati e lo spessore della guaina mielinica [11,12], dall’altro è in grado di agire a livello della trasmissione glutammatergica, riducendo la trasmissione dell’impulso doloroso [13]. Uno studio italiano del 2017 ha mostrato come la terapia di combinazione NALC + Pregabalin in pazienti con neuropatia da compressione periferica è efficace e ben tollerata e che i meccanismi d’azione complementari forniti dalla NALC consentono una riduzione del dosaggio del Pregabalin, fornendo un’efficacia e una tollerabilità superiori rispetto alla somministrazione del solo farmaco centrale [14]. E’ nota infine la capacità della Vitamina B12 di migliorare le funzioni cognitive e nervose, tant’è vero che, il Ministero della Salute attribuisce alla Vitamina B12 una specifica indicazione salutistica: “La Vitamina B12 contribuisce al normale funzionamento del sistema nervoso” [15]. Adeguati livelli di Vitamina B12 sono difatti essenziali per garantire la sintesi della Mielina, la guaina protettiva che avvolge i nervi nel sistema nervoso periferico e che rende possibile la corretta conduzione degli impulsi nervosi. Bassi livelli di Vitamina B12 sono stati associati a danno mielinico e conseguente rallentamento della conduzione nervosa [16]. Concludendo, le evidenze scientifiche a supporto e la mancanza di eventi avversi, rendono il ricorso ai principi attivi antiossidanti e neurotrofici una scelta terapeutica da non tralasciare nel ventaglio delle terapie conservative disponibili per la gestione delle Sindromi canalicolari periferiche.

Dott. Salvatore D’Auria – Specialista in Ortopedia e Traumatologia

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PHARMACEUTICAL CARE: LA NUOVA FRONTIERA DELLA SALUTE

La Farmacia dei Servizi rappresenta il punto di arrivo dell’evoluzione di questa professione.

In un contesto sociale sempre più smart e in continuo cambiamento, gli attori principali di questo scenario sono Farmacisti, Medici e Pazienti, che oggi più che mai hanno bisogno di uno spazio comunicativo digitale, dinamico e interattivo.

Dall’analisi delle esigenze di queste categorie nasce il nostro progetto, Medin Service, che vuole dare risposte e supporto ai Professionisti della Salute per la cura dei Pazienti.

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I BENEFICI DELLA MAGNETOTERAPIA

La magnetoterapia è una tecnica che sfrutta i benefici dei campi magnetici a scopo curativo e riabilitativo. Per capire bene come funziona, è necessario illustrare innanzitutto il concetto di campo magnetico. Se applicata sul nostro corpo, l’azione dei campi magnetici è in grado di ristabilire l’equilibrio biochimico delle cellule qualora questo sia compromesso, ripristinando la corretta funzionalità della membrana cellulare. La magnetoterapia agisce soprattutto sul sistema osseo, articolare, muscolare e vascolare. Schematizzando, ecco quali sono i principali benefici per il nostro organismo:

  • espleta un’azione antinfiammatoria
  • ha un effetto antalgico/antidolorifico
  • accelera la calcificazione delle fratture
  • aumenta l’irrorazione vascolare e la velocità di scorrimento del sangue
  • migliora la circolazione periferica
  • accelera la cicatrizzazione di ferite, piaghe, e la guarigione dei tessuti molli
  • migliora il metabolismo della cute
  • svolge un’azione antinvecchiamento dei tessuti.

I contenuti di questo articolo sono pubblicati solo a scopo informativo, pertanto non sostituiscono il parere del medico.

FONTI

F. Ambrosi, “Magnetoterapia a campo stabile”.
W. Hulke. “Magnetoterapia. Principi fondamentali ed effetti terapeutici”.

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