L’UTILLIZZO DEL SELENIO NEL TRATTAMENTO DELLE TIROIDITI CRONICHE IN PAZIENTI IN EUTIREOSI

La tiroidite cronica autoimmune, comunemente conosciuta come tiroidite di Hashimoto, rappresenta una delle più frequenti cause di disfunzione tiroidea nelle popolazioni con adeguato apporto iodico [1].
È caratterizzata da un processo infiammatorio cronico, mediato da meccanismi autoimmuni, che porta nel tempo alla progressiva distruzione del tessuto tiroideo e, in molti casi, allo sviluppo di ipotiroidismo conclamato [2,3]. Tuttavia, esiste una quota non trascurabile di pazienti che rimane in condizione di eutireosi, pur presentando la positività per gli anticorpi anti-tiroide (anti-TPO e/o anti-Tg) e segni ecografici di tiroidite cronica [4].
In questi casi, il ruolo di un intervento terapeutico mirato a modulare la risposta autoimmune, senza necessariamente ricorrere alla terapia sostitutiva con L-tiroxina, è stato oggetto di crescente interesse clinico. Tra le varie sostanze indagate, il selenio (Se) si è imposto come uno degli oligoelementi più promettenti nel modulare la risposta immunitaria tiroidei [5].
Il selenio è un elemento essenziale per la fisiologia umana e parte integrante di diverse selenoproteine coinvolte nella difesa antiossidante e nella regolazione della funzione tiroidei [6].
La tiroide, in particolare, presenta la più alta concentrazione di selenio per grammo di tessuto rispetto a qualsiasi altro organo del corpo umano [7,8]. Questa peculiarità riflette il ruolo cruciale che le selenoproteine svolgono nel mantenimento dell’integrità strutturale e funzionale della ghiandola.
Il metabolismo ormonale tiroideo è strettamente dipendente da enzimi selenio-dipendenti. Le iodotironina deiodinasi (D1, D2 e D3), responsabili della conversione della tiroxina (T4) nella forma metabolicamente attiva triiodotironina (T3), sono selenoproteine. Allo stesso modo, la glutatione perossidasi (GPx) e la tioredossina reduttasi (TrxR) proteggono la tiroide dal danno ossidativo, neutralizzando il perossido di idrogeno (H2O2) prodotto durante la sintesi ormonale [6,9].
Una carenza di selenio comporta quindi una riduzione dell’attività antiossidante locale, con conseguente aumento dello stress ossidativo e maggiore suscettibilità del tessuto tiroideo a processi infiammatori autoimmune [10].
Diversi studi hanno dimostrato che il selenio esercita anche un effetto immunomodulatore, influenzando l’attività dei linfociti T e B e la produzione di citochine proinfiammatorie. Questi effetti possono ridurre la risposta autoimmune contro la tiroide, spiegando la riduzione dei titoli anticorpali anti-TPO osservata in molte sperimentazioni cliniche [11].
Il primo studio randomizzato controllato di rilievo è stato condotto da Gärtner et al. nel 2002, che dimostrò come la supplementazione di selenito di sodio per tre mesi determinasse una riduzione significativa dei livelli di anticorpi anti-TPO nei pazienti con tiroidite autoimmune [12]. Successivamente, diversi studi hanno confermato risultati simili, anche se con una certa eterogeneità dovuta a differenze nella popolazione studiata, nella forma chimica di selenio utilizzata (selenito vs selenometionina) e nella durata della supplementazione.

Meta-analisi più recenti hanno evidenziato che la supplementazione con selenio, in particolare con selenometionina, può ridurre i livelli di autoanticorpi e migliorare alcuni parametri ecografici della tiroide [13,14]. Tuttavia, i benefici clinici in termini di sintomi o prevenzione dell’ipotiroidismo rimangono meno chiari. Nonostante ciò, la riduzione del carico autoimmune rappresenta un obiettivo potenzialmente utile nei pazienti eutiroidei, poiché potrebbe rallentare la progressione verso l’ipotiroidismo conclamato [15-23].
Nel contesto della tiroidite cronica in eutireosi, l’obiettivo principale dell’integrazione con selenio non è tanto la normalizzazione della funzione ormonale, quanto la modulazione dell’infiammazione e della risposta autoimmune. Diversi studi prospettici hanno dimostrato che l’assunzione di selenio può contribuire a mantenere la stabilità funzionale tiroidea nel tempo [21]. Questo effetto sembrerebbe più marcato nei soggetti con bassi livelli sierici di selenio o in aree geografiche a basso contenuto di selenio nel suolo.
Inoltre, il selenio può esercitare un’azione positiva sulla qualità di vita dei pazienti, riducendo sintomi aspecifici come affaticamento, irritabilità o senso di gonfiore cervicale, spesso riferiti anche in presenza di funzione tiroidea normale [19]. Tali benefici soggettivi, seppur difficili da quantificare, rappresentano un aspetto clinicamente rilevante nella gestione del paziente eutiroideo con tiroidite autoimmune.
Nei principali studi clinici, le forme di selenio più utilizzate sono il selenito di sodio (inorganico) e la selenometionina (organica), quest’ultima caratterizzata da una maggiore biodisponibilità e da un profilo di sicurezza ottimale.
Nella pratica clinica, l’integrazione di selenio può essere considerata nei seguenti casi:

  • Pazienti con tiroidite cronica autoimmune in eutireosi, con elevati titoli di anti-TPO o anti-Tg;
  • Pazienti che presentano sintomi aspecifici nonostante la normale funzione tiroidea;
  • Soggetti residenti in aree geografiche a basso contenuto di selenio;
  • Donne con tiroidite autoimmune che pianificano una gravidanza o sono nel periodo post-partum, in cui la fluttuazione della risposta immune può peggiorare la funzione tiroidea [24].


Il monitoraggio durante la supplementazione dovrebbe includere la valutazione periodica dei livelli sierici di TSH, FT4, FT3 e anticorpi anti-TPO, oltre all’osservazione clinica dei sintomi.
Le principali società scientifiche, tra cui l’European Thyroid Association (ETA), riconoscono il potenziale beneficio del selenio nel favorire la riduzione del titolo anticorpale nei pazienti con tiroidite autoimmune [25], e indicano come ottimale un apporto giornaliero compreso tra 55 e 75 microgrammi per garantire la massima attività degli enzimi antiossidanti tiroidei [26, 27].
In conclusione, il selenio si configura come un elemento di rilievo nella gestione delle tiroiditi croniche autoimmuni, in particolare nei pazienti eutiroidei per i quali non sussiste ancora indicazione alla terapia sostitutiva. Le sue proprietà antiossidanti e immunomodulanti possono contribuire alla modulazione dell’attività autoimmune e al mantenimento della funzione tiroidea nel tempo.
Ulteriori studi prospettici e di lunga durata risultano tuttavia necessari per definire con maggiore precisione l’impatto del selenio sugli esiti clinici della tiroidite autoimmune e per individuare le categorie di pazienti che possono trarre il massimo beneficio da un’integrazione mirata.

Dott.ssa Luciana Vergnani  – Specialista in Endocrinologia

BIBLIOGRAFIA

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